E io corro…

Milano Marathon

E io corro…

Sono le 10 del 2 aprile e sto correndo la Maratona di Milano da una mezzoretta circa. Per il momento è tutto bellissimo perchè siamo ancora nella fase del godimento puro e della libidine.
Adoro il rumore soffice delle suole iperammortizate delle scarpe tecniche al contatto con l’asfalto ed il respiro ancora regolare dei corridori accanto a me.

Il mio Garmin mi dice che siamo in tabella e tutto sta procedendo secondo i piani. La sofferenza vera arriverà tra un paio d’ore.

Finalmente l’attesa è finita e sto scaricando sull’asfalto – grazie alle mie Saucony gialle nuove di pacca – la tensione accumulata durante gli ultimi giorni, che condensano quel mix di sana follia che unisce sensazioni tra loro in grande contrasto e che fanno sì che alcuni “pazzi” sacrifichino tante ore e TUTTE le domeniche mattina alla corsa: non c’è meteo che tenga.
L’attesa degli ultimi giorni sembra eterna: se hai lavorato bene nei mesi, la preparazione è fatta, eppure affiorano tutti gli acciacchi, tutti i dolorini ed i campanelli di allarme; guardi in maniera spasmodica le previsioni meteo incrociando tutto l’incrociabile affinchè non piova a dirotto, perché correre 4 ore sotto il diluvio rappresenta influenza garantita. La mente è sempre lì; probabilmente siamo carichi di quella sana droga che si chiamano endorfine, le pulsazioni accelerano e la tensione aumenta con il passare dei giorni.

In realtà mi si dice che negli ultimi giorni sia un tantino nervoso e “rompicoglioni”. Quindi, in fondo, si tratta di una liberazione anche per chi mi sta accanto.

Sono passati anche il sacro rituale del ritiro del pettorale, della scelta dell’abbigliamento per la gara e del maglioncino vecchio che sacrificherò per la partenza (in realtà questa volta l’ho dimenticato a casa ed ho dovuto elemosinarne uno a Gigi), della colazione pre-gara, della ricerca dell’ultimo cespuglio libero, del controllo maniacale degli ultimi dettagli.

Ma l’attesa è finita e finalmente sto correndo godendomi queste 4 ore tutte mie!

Molti mi chiedono perché corra. Molti mi prendono per pazzo per i carichi che affronto e per il tempo rubato a tante altre attività. Non ho una risposta. So che lo faccio perché mi piace e visto che piace A ME continuo a farlo.

So che correndo sto bene. So che entro certi limiti è un’abitudine sana.
Ho ripreso a correre con un po’ di costanza da un anno abbondante: prima la mia vita aveva preso una piega non proprio perfetta, ma ora siamo riusciti ad incasellare tutto per il meglio. Ho aumentato i chilometraggi e migliorato il mio benessere generale.
Ho perso quasi 15 chili in questo periodo, senza modificare di una virgola le mie abitudini alimentari (alcool a parte, che la mia Dottoressa personale, quella Santa donna della Dottoressa Primo – se non ci fosse dovrebbe essere inventata – mi ha ridotto drasticamente per il bene del mio fegato che avevo messo un po’ troppo alla prova negli anni).
Ho migliorato la concentrazione, sono più lucido e tutto funziona al meglio. Sicuramente ho la fortuna di poter organizzare le mie giornate come voglio dal punto di vista lavorativo (in realtà non è una fortuna, perchè è una cosa a cui lavoro con determinazione da anni…) e di avere al mio fianco Mariella che mi sopporta e mi supporta.

Applicare una certa disciplina nella corsa in fondo aiuta ad allenare schemi che possono essere replicati e messi in atto nella vita: se guardi dall’inizio i 4 mesi di programma di preparazione ti vengono i brividi perché sembra tutto di una difficoltà insormontabile. Abituandosi invece a ragionare a piccoli slot e micro-obiettivi, affrontando un allenamento per volta, una settimana per volta, tutto si svolge perfettamente.

E poi quando corro penso: ultimamente ho preso le decisioni più importanti correndo. Probabilmente si tratta della mia forma di meditazione.

Nell’ultimo anno ho corso due maratone, quella di Roma, lo scorso aprile, meravigliosa, splendida, regale, unica: correre nel cuore di Roma con i romani ed il loro folclore ai lati credo non abbia eguali.
E quella di Parma lo scorso autunno. Operazione amarcord conclusa con successo: abbiamo reincontrato vecchi amici ed ho corso gran parte della gara spalla a spalla con Peppe.
E poi, puntualmente, in entrambe le gare, al 30 chilometro il mio fisico mi ha detto ciao e sono entrato in crisi, soffrendo come una bestia. Quando finisci le energie il cervello si setta in modalità auto conservazione e ti ferma; a quel punto vedi nero e lungo il percorso ti accompagnano solo più le scimmie urlatrici. Mi sono trascinato stancamente fino all’arrivo ed ho mancato di qualche minuto il mio obiettivo delle 4 ore.

Così lo scorso autunno ho deciso di fare un po’ più sul serio, anche perché in fondo l’età incombe inesorabilmente ed ho chiesto aiuto ad un professionista.
Da novembre Fulvio Massini mi segue virtualmente come un angelo custode curando i miei programmi e dettando i ritmi con sapienza. Abbiamo scritto insieme sul nostro foglio di Excel il mio obiettivo per questa gara: “correre la maratona di Milano sotto le 4 ore, senza soffrire come una bestia”. Tra poco sapremo se a distanza di 4 mesi avremo centrato il nostro obiettivo.

La maratona rappresenta in fondo la metafora della vita con tante fasi e stati d’animo che si alternano tra di loro: grande gioia, preoccupazione per il minimo dolorino, negatività ai primi sintomi della sofferenza, sete, entusiasmo quando le gambe girano, tanta esaltazione alternata a dolore, crampi, sofferenza pura e depressione quando non si riuscirebbe a fare più mezzo passo, eppure ne mancano ancora tanti alla fine. Per concludere con le lacrime di gioia (che non riescono ad uscire perché il sale si è cristallizzato intorno agli occhi e brucia da morire)  quando si intravede in lontananza il traguardo, si sente la gente che ti sprona e la musica proveniente dal traguardo ed i volontari ti mettono finalmente al collo la medaglia del “finischer”.

Una tale sciabolata di emozioni condensate tutte insieme in 4 ore è qualcosa di impagabile, una vera droga per le mie vene.

Non so perché corra. E’ una cosa un po’ folle. Ma so che sto bene. E quindi continuo a farlo. So che come ogni maratoneta, superate le crisi più nere, appena messa la medaglia al collo penserò già alla prossima.

Non so perché io corra. So solo che oggi, lentamente, passo dopo passo, succeda quel che succeda, arriverò alla fine e mi godrò queste 4 ore di vita tutte per me.

A più tardi!